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È un “Ciao!” stampato a caratteri cubitali sulla maglietta indossata da un sorridente bambino di colore ad accogliere il visitatore della mostra fotografica “Eterni immigrati o nuovi cittadini?”, realizzata da Enrico Milanesi nell’ambito della seconda “Festa dei Popoli” organizzata dalla Caritas diocesana di Città di Castello ed allestita all’interno della cripta della cattedrale tifernate. Subito dopo, però, altre foto ci ricordano che l’immigrazione, nel nostro Paese, è spesso iniziata con una tragedia.
Alcune mani stanno ad indicare le cosidette “carrette del mare” che, specialmente in estate, fanno la spola dai Paesi del Maghreb alle coste siciliane (ma talvolta spingendosi anche oltre) per riversare su di esse ondate di disperati che non sono alla ricerca di altro che di un futuro migliore per se e per i propri figli. Fotografie, queste ultime, che ci ricordano da vicino (forse troppo da vicino, per qualcuno) un passato che gli italiani tendono troppo spesso a dimenticare. Di quando, cioè, gli emigranti eravamo noi e noi quelli che andavano cercando “Lamerica”.
Di ciò si è occupata la mostra proposta lo scorso anno e di cui quella attuale rappresenta la naturale continuazione. Ma non c’è disperazione negli scatti di Enrico Milanesi (almeno non c’è solo quella). Non c’è perché è lui stesso ad affermare di se stesso di credere fortemente “che fotografare non sia solo documentare. Anche se una macchina da ripresa può descrivere meglio di qualsiasi altro strumento con fedeltà e realismo ciò che osserviamo, è insopprimibile nel fotografo il bisogno di comunicare le proprie emozioni, di scavare in profondità nell’animo umano”. Ecco allora che l’occhio sensibile e partecipe del fotografo ci porta alla scoperta di un’Alta Valle del Tevere che non conoscevamo. O che facevamo finta di non conoscere. O che avevamo sotto gli occhi tutti i giorni e magari ci sfuggiva.
Ecco quindi che sotto l’occhio del visitatore attento scorrono le immagini di una immigrazione così pervicace da avere a tratti modificato lo stesso tessuto urbano: phone center, macellerie halal, barbieri islamici, negozi cinesi e rumeni, venditori di kebab. E dalle vetrine degli stessi negozi occhieggiano prodotti che non solo le nostre nonne, ma già le nostre madri faticano ad immaginare ed identificare: vini rumeni dai nomi impronunciabili, insalate alla griglia marca “Riad”, una “Mecca Cola” che già nel nome richiama la più ben nota bevanda gassata.
Ecco allora famiglie (quasi sempre numerose) raccolte all’interno delle proprie case. Ecco le parabole immancabilmente installate sui terrazzi alla ricerca di frequenze che portino notizie dai Paesi lontani. Ma ecco anche diversi e altri tipi di quotidianità. Quello della fede, per esempio. Il fotografo, anche questa volta partecipe, fa rivivere davanti ai nostri occhi immagini di battesimi, matrimoni, preghiere cristiane (sì, oltre la metà degli immigrati professa la religione cristiana, dato non conosciuto ai più) e preghiere islamiche. “Ci sono mille modi per chinarsi e baciare la terra”, diceva ottocento anni fa il mistico sufi Gialal al-Din Rumi.
E poi la quotidianità del lavoro: badanti (orrendo neologismo entrato purtroppo nel linguaggio comune) muratori, lavoratori dell’agricoltura e di tutti quei settori che tanti italiani hanno imparato a snobbare. E poi la quotidianità della scuola. Quella scuola che è l’autentico crogiuolo della futura società multietnica e nella quale gli scatti di Milanesi ci fanno immergere in un salutare viaggio che dura lo spazio di una breve passeggiata all’interno delle antica mura della cripta della cattedrale tifernate. 6553 motivi per soffermarsi su queste immagini (seimilacinquecentocinquantatre, tanti sono gli immigrati in Alta Valle del Tevere al 31 dicembre 2006). La maggior parte di loro non desidera altro che diventare “nuovi cittadini”, come suggerisce il titolo della mostra. Anche uno sguardo diverso su di loro può aiutarli a diventare tali... [GALLERY] |